Il canto popolare - Poggio Filippo

Vai ai contenuti

Menu principale:

Il canto popolare

La nostra storia

Il canto popolare
Testi del prof. Angelo Melchiorre  

In alcuni paesi, a tal proposito, sarebbe possibile (attraverso un'onesta azione di ricerca sul campo e di registrazione) recuperare ancora qualcosa di ció che apparteneva alla cultura pre-tecnologica di qualche decennio fa. Nel 1982, ad esempio, fu possibile riunire, in casa del parroco di Poggio Filippo (frazione di Tagliacozzo) quattro anziane contadine, di cui si propone, in questa sede, uno stralcio di quanto da loro detto e cantato in quell'occasione:
"Qua ce sta 'na canzone di Quaresima, dei tempi di Quaresima, pure abbastanza bella, sull'Addolorata...
Ah, questa dell'Addulurata...,
la Settimana Santa, eh sì, dopo la Via Crucis se canta...:
Stava Maria dolente
senza respiro e voce
mentre pendeva in Croce
del mondo il Redentor.
E nel fatale istante
crudo materno affetto...

eh, non me ne recordo piú! Ah, sí, ecco:
Stava Maria dolente
ai piedi della Croce
[...?] languente
il caro suo Signor,
il caro suo Signor!
O Madre di dolore
fa' che pianga con te
questo mio cuore!
Fa' che pianga con te
questo mio cuore!

Ed ecco una filastrocca:
Eccola eccola 'na fata
che dal cielo m'è calata
è calata la sirena
questo cuore quanto pena.

Quando, poi, facevamo la mietitura, i canti erano tanti;
A méte a méte
ca lo ráne è fatto
non se remmúcchia piú lo ranetúrco.

Téngo n'amore non sáccio la casa
e sta pé no vicolítto
'nanzi la chiesa!

La voce..., la voce è della mietitura, questa..., eh, è tutta róbba della mietitura... Mamma mé, quante ne sémo fatte! Eh pé caritá, era n'allegria, che Dio...! Quando se passéa che stémmo a méte, che c'ingollémmo víi canístri...
Quando ce vójjo bbene a chi gradisce
a chi la voce mia la riconosce.

E questo è no stornéllo a dispétto:
E te credevi de marciá a cavallo
e si remasto colla sélla ncójjo.

E la mamma del mio amore è na gran donna
e me sse fa mill'anni che [...] la mamma.

E la mamma del mio amore possa fiorire
e cómme j'árbero la nótte di Natale.

Questi só tutti stornélli di..., alle serenate... La scartocciáta, ficémmo ajjo cucuzzaro, che tte pózzo íce, le canzóni comme jo mazzolin de fiori..., cantémmo quasci de tutto, insomma! Peró i stornélli erano sémpre quelli, quando de na voce e quando de n'atra! E sìnti st'atro canto della metitura:
E questi quattro giorni dello méte
e ti dó licenzia tanto di parlare.
E me l'ha mandato a dí e la Madonna
e che 'n Paradiso se sóna e se canta.
A Dio se cche fanno li denari
e fanno staccá le due felice suore!

E pó j sta puri na canzoncína:
E se ti fa male lo so
e se ti fa male lo so
e se ti fa male lo so
fatti j'ombrello.

E l'ombrello ti fa fá
e l'ombrello ti fa fá
e l'ombrello ti fa fá
la cera gialla.
E la scorza de limó
e la scorza de limó
e la scorza de limó
è tua sorella.

Ma pure quest'atra era bella:
E sotto al ponte
ci passa l'acqua,
dove si lava la mattina.
Bianca roscia e morettina
bianca e roscia ritorneró,
bianca e roscia morettina
bianca e roscia ritorneró.

Tutti li sogni
fussero veri
di riavere un bambinello.
Il destino non sará mai bello
di potermi chiamar mammá.
Il destino non sará mai bello
di potermi chiamar mammá! ".

Di fronte a questi canti delle anziane contadine di Poggio Filippo, dunque, possiamo veramente dire di trovarci davanti all'autentico canto popolare? Non sappiamo: nemmeno in questo caso, infatti, mancano le obiezioni. Che canto popolare - si dice da qualcuno - è mai quello che la gente ha imparato in altre regioni, e ha importato nella propria, senza adattarlo alle situazioni e alle esigenze locali? Gran parte degli stornelli e delle "incanate" usate dalle contadine di Poggio Filippo (e di molti altri paesi della Marsica) sono di derivazione laziale e perfino toscana; le ballate provengono dal Nord-Italia, quasi sicuramente apprese e fatte proprie dai giovani marsicani andati a prestar servizio militare in Veneto o in Piemonte o nel Trentino. Molto spesso, inoltre, i pastori che si recavano in Puglia introducevano i canti di laggiú, traducendoli nel dialetto abruzzese e, tutt'al piú, storpiando quelle parole che, nel testo originario, apparivano loro incomprensibili.

E ancora: è piú "canto popolare" quello nato nel passato, in una "funzione" specifica, che aveva senso allora ed oggi non significa piú nulla; oppure è vero "canto popolare" quello che - pur creato da un autore "colto" - è passato ad esprimere l'ansia, la gioia, gli stati d'animo e i sentimenti attuali di tutto un popolo? Si prenda, quale esempio, il canto di S.Antonio Abate in uso attualmente a Collelongo, la notte tra il 16 e il 17 gennaio di ogni anno. Sentiamo cosa ne pensa in proposito Walter Cianciusi, noto ed apprezzato studioso del folklore collelonghese: "[...] per quanto riguarda il canto di S.Antonio, io purtroppo debbo dirlo: abolirei il canto che attualmente si esercita, quello cioè costruito appositamente per il S.Antonio di Collelongo, che snatura, non s'inserisce nel quadro della tradizione non soltanto locale. [...]. Il canto di S.Antonio va invece conservato nella vecchia forma: perché si riferisce ad un ambiente, ad una storia, ad una tradizione, che è diversa come ambiente da altri ambienti dello stesso Abruzzo oppure delle altre regioni. Proporrei, perció, l'abolizione di alcuni canti, e il ripristino di quelli tradizionali".

Tutto giusto, ció che dice Walter Cianciusi. Ma come si fa ad abolire quei canti che ormai il popolo ha fatto suoi? Occorrerebbe un'azione di forza, una costrizione; così come occorrerebbe un intervento dall'alto (e, quindi, tutt'altro che "popolare") per ripristinare le vecchie forme e le vecchie canzoni.
Noi diciamo che l'antica canzone di S.Antonio (o, meglio, la "rasione de Sant'Antonnie Abbate") era funzionale ad un'epoca. Oggi nessuno, nemmeno a Collelongo, si metterebbe piú a cantare i seguenti versi:

"Na moje e 'ne marite se misere 'n camine
Facéme 'ne viagge e 'n core sia".

Invece, tutta la gente del paese canta e s'entusiasma alle parole del nuovo canto, quello creato dal maestro Pasquale Cianciusi e diffuso dai ciclostilati del Comitato dei festeggiamenti, soprattutto laddove esso suona:

"Benedíc' quant' song
le famijje d' Ch'llongh
pur' tutt' i Ch'll'nghes
ch' n' stann' a 'l paes".

Ad ogni buon conto, lasciando da parte la polemica e la discussione - che potrebbero risultare solo sterili disquisizioni teoriche - vediamo cos'era nel passato il canto nella Marsica. Quando, dove e quali canzoni si cantavano nella Marsica del bel tempo passato, in un'epoca cioè in cui non c'erano ancora né radio private, né juke-box, né sofisticati impianti stereofonici? La risposta è semplice: tutte le occasioni erano buone per dare fiato alla propria voce e per strimpellare un qualche motivetto paesano.

Capodanno, Carnevale, S.Antonio Abate, la mietitura, la scartocciatura delle pannocchie, la vendemmia, la Pasqua, il Natale...: c'era sempre qualche gruppo di giovanotti che, accompagnandosi con la chitarra, rallegrava le tristi e malinconiche serate dei nostri paesi di montagna, così come numerose erano le fanciulle che cantavano per rendere meno pesante e meno noiosa la loro quotidiana fatica. Il canto suscitava allegria in molti; ma c'era spesso qualcuno che, irascibile e poco amante del chiasso, brontolava, protestava e, se necessario, picchiava con le mani o col bastone i poveri, pacifici e sprovveduti cantori: "La notte del mercoledí sedici del passato Gennaro su le tre ore in circa, uscIl cantando per Aschi mia patria con Pietro Ettorre, Luigi Ferrante, Pietro d'Angelo e Bartolomeo Gentile, e andassimo a cantare sotto la casa di Troselina, che sta poco lontana da quella di Giorgio e Salvatore fratelli de JorIls. Terminatosi di cantare da Luigi Ferrante e Bartolomeo Gentile sotto detta casa, io e Pietro d'Angelo ci separassimo da' sopradetti compagni per tornarcene a casa [...], quando viddi il detto Giorgio portare per un braccio a forza il suo fratello chiamato Salvatore, dicendoli: Via a casa, birbante; ed egli, il Salvatore, diceva: Lasciami, che voglio far vedere chi son io a quel guappo di Pietro; e cosí dicendo se ne andarono nella sua propria casa. E Pietro Ettorre mi disse, che aveva ricevuta una bastonata nel dito d'una mano, e che la chitarra era restata stonata dal colpo".

Insomma, si era trattato di una rissa vera e propria, scoppiata nel 1771 ad Aschi, un paesino della Marsica, certamente per l'insofferenza di quel tale Salvatore de JorIls nei confronti dei quattro giovani cantori della panetta di S.Antonio. E risse, anche abbastanza sanguinose, dovevano essere molto frequenti, nella Marsica del passato, per colpa del canto, se perfino i Vescovi furono costretti ad intervenire, molto spesso, con speciali Editti, che vietavano di andar cantando la sera o la notte: "Noi, Benedetto Mattei, vescovo de' Marsi proibiamo sotto gravi pene di andar di notte sonando o cantando per il pubblico e incarichiamo i nostri Vicari Foranei che, sapendone la contravenzione di questo ordine, ne debbano prendere subito l'informo, e trasmetterlo al nostro Vicario Generale per l'ulteriore castigo".
 


Testi del prof. Angelo Melchiorre


 
Torna ai contenuti | Torna al menu